Quante RIFORME dormono in Parlamento?

A che punto sono la legge elettorale, età elettorato, la base regionale del Senato ecc. 

Una delle cause che ha ampliato il numero di RIFORME, dormienti in parlamento, è la conseguenza della vittoria del sì, al referendum costituzionale relativo al taglio dei parlamentari, del settembre scorso. Un taglio che seppur concepito dalla Lega, è stato poi fatto proprio dal M5s. Una riforma subita, sia dagli esponenti del Partito democratico, sia da quelli di Liberi e uguali, che erano sempre stati contrari ad un simile taglio.

Una riforma nata però incompleta, ed approvata a condizione che, fosse l’inizio di un processo di riforma del parlamento. Processo che andava poi completato con l’adozione di ulteriori correttivi. Ma una riforma approvata a ottobre 2019, confermata quasi un anno dopo, resta ancora monca. E’ infatti ancora in attesa, dei disegni di legge contenenti i correttivi necessari. Unica eccezione, è il decreto legislativo che definisce i nuovi collegi, per l’elezione dei componenti delle prossime camere “ridotte”, che è al passaggio finale, ultimo voto per l’approvazione, null’altro è stato fatto. 

I correttivi concordati ma poi dimenticati

Le misure individuate come necessarie, riguardano tre punti:

  • l’abbassamento a 25 anni dell’elettorato passivo e a 18 di quello attivo per il senato;
  • il superamento della base regionale per l’elezione del senato, in favore di quella circoscrizionale;
  • la riduzione da 3 a 2 dei delegati regionali che partecipano all’elezione del presidente della Repubblica.

Senza tali correttivi, la riforma sarebbe incompleta e problematica nell’applicazione. Al Senato risultano in discussione, ad esempio, l’allineamento elettorale attivo (18 anni) e passivo (25 anni) del senato a quello della camera. A tre mesi dall’esito del referendum, sembra che l’iter dei correttivi si sia arenato.

Alcune delle riforme per il taglio dei parlamentari sono costituzionali

I punti fondamentali dell’accordo tra i partiti al governo erano dunque tre. Per completare il taglio, questi erano stati inseriti in due  proposte, di natura costituzionale. Un disegno di legge, a prima firma di Giuseppe Brescia (M5s), che va a modificare l’articolo 58 della costituzione, per l’equiparazione dell’elettorato, sia attivo che passivo, tra senato e camera. Una proposta di riforma, a firma Federico Fornaro (Leu) si propone di modificare gli articoli 57 e 83 della costituzione, con all’interno il secondo e il terzo punto. Si tratta di due disegni di legge, che puntano a modificare la costituzione, necessitando quindi di una procedura rafforzata.  Procedura che richiede, per la loro approvazione definitiva, 2 passaggi per ogni ramo del parlamento.

Solo la modifica dei Collegi elettorali, ha superato gli scogli 

Proprio in questi giorni infatti, le Commissioni hanno chiesto un ultima modifica per tre collegi uninominali del Lazio. Ora i successivi passaggi per renderli operativi sono l’approvazione da parte del governo del decreto legislativo con i collegi, e la sua pubblicazione in Gazzetta. La nuova mappa dei collegi, prevede che il 36% dei seggi venga assegnato, con un sistema maggioritario (collegi uninominali in cui viene eletto solo il candidato più votato), mentre il 64% viene ripartito proporzionalmente nell’ambito di collegi plurinominali (con un listino bloccato, presentato dai partiti). Sembra dunque che, i prossimi eletti saranno scelti dai capi partito in carica, e confermati con o senza preferenze dagli elettori. 

Tra le due riforme citate, il ddl Brescia, ha ottenuto a fine luglio del 2019 alla camera, una prima approvazione. Con la trattazione  il provvedimento è stato discusso congiuntamente con altri 3 disegni di legge e una petizione popolare. L’atto è stato approvato in senato, il 9 settembre scorso ed è infine tornato alla camera. Ma già nella seduta del 15 ottobre ne è stato richiesto il rinvio a data da destinarsi. Più indietro di molto è l’iter del ddl Fornaro che, incardinato alla camera, deve ancora ricevere una prima approvazione. Il disegno di legge risulta ancora in discussione (cioè dormiente), nella commissione affari costituzionali di Montecitorio.

L’avvenuta approvazione, della riduzione del numero dei parlamentari, rende necessaria la riforma dei regolamenti di Montecitorio e di palazzo Madama. Sono molti gli articoli, in cui si fa riferimento al numero di parlamentari,  che necessitano di essere modificati.

Sono infatti 47 gli articoli dei regolamenti che alla camera e al senato necessitano di essere riformati.

Gli ambiti che necessitano di modifiche, sono molti. Riguardano la composizione di specifici organi, ma anche il funzionamento dei lavori delle camere. Ricordiamo ad esempio:

  • la revisione, per la formazione di un gruppo, del numero minimo di deputati e di senatori;
  • il funzionamento delle commissioni permanenti;
  • le modalità, di verifica dei quorum richiesti e del numero legale per le votazioni;
  • le modalità, per la presentazione di mozioni e per la richiesta del voto segreto;
  • il funzionamento di organi, come ufficio di presidenza, giunte e comitati, delle camere.
Al senato, la revisione dei regolamenti, risulta al momento “ferma ai box”

Occorre sapere che, se alla camera il comitato ha già tenuto due riunioni, anche se non si conosce lo stato dell’arte attuale. Non è possibile infatti consultare il resoconto delle sedute. Potremo conoscere l’argomento, quando sarò discusso nelle plenarie delle giunte per il regolamento. Diversamente invece al senato, il comitato non si è costituito, per mancanza d’accordo sulla sua composizione. 

Altre riforme costituzionali sembrano però svegliarsi!

L’attenzione dei partiti al Governo sembra essersi spostata, dalla adozione delle misure relative al taglio sei parlamentari, ad altre riforme costituzionali, che trattano temi diversi. Tra queste il ddl 1960 di Marcucci (PD) “introduzione della sfiducia costruttiva e di nuovi elementi di differenziazione di Camera e Senato”. C’è inoltre il ddl 852 di PERILLI (M5S) in modifica dell’articolo 75 della Costituzione, che prevede l’introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare gli esiti dei referendum abrogativi. Infine il ddl 1825 di Parrini (PD), che propone la costituzionalizzazione del sistema delle conferenze e l’introduzione della clausola di supremazia statale nel titolo V della parte seconda della Costituzione. Proposte di riforma assegnate alla prima commissione (affari costituzionali) del senato, la quale ha un’agenda piena di argomenti da affrontare.

Anche la legge elettorale deve necessariamente essere riformata

Pur non essendo di rango costituzionale, anche la legge elettorale deve essere revisionata. Una nuova legge elettorale, dunque dovrà essere varata, la sua realizzazione infatti, era tra i punti fondanti l’alleanza di governo tra Pd, M5s, Iv e Leu. L’accordo (abbozzato nel cosiddetto “Brescellum“) prevedeva l’istituzione di un sistema elettorale principalmente di tipo proporzionale

Il “Brescellum“ (disegno di legge), prevede, tra le altre cose, anche una soglia di sbarramento al 5% con “diritto di tribuna” (cioè la possibilità di ottenere dei seggi a determinate condizioni) per i piccoli partiti.

Sembra però che i partiti di governo abbiano cambiato idea e vogliano scegliere un sistema elettorale diverso.

Lo si deduce dal risultato della seduta “commissione affari costituzionali della camera” del settembre u.s., dove è stato adottato un nuovo testo. Tutto però da allora è rimasto fermo, e la commissione da allora si è dedicata alla discussione di altri temi. Uno degli scogli sembra sia la soglia di sbarramento al 5%, che danneggerebbe in maniera significativa, i due partiti più “piccoli” della coalizione.  

Una riforma lasciata incompiuta volontariamente dai partiti

Il ridotto numero di membri (soprattutto al senato), se la riforma resta incompiuta, comporterà l’ulteriore rallentamento delle attività del senato. Infatti il numero di senatori presenti, non saranno sufficienti per rendere operativi i vari organi di palazzo Madama. Con il taglio dei parlamentari, diventa fondamentale adeguare norme e regolamenti, al nuovo dettato costituzionale.

È dunque sempre più evidente che, visti i risultati della tornata elettorale di settembre, siano cambiate le carte in tavola. C’è una volontà diffusa nei parlamentari, di arrivare almeno vicini alla sua scadenza naturale, del 2022. Ciò genera infatti la convenienza ad attendere nuovi rapporti di forza interni, che potrebbero spingere le forze politiche, ad altre revisioni delle proprie convenienze, anche per quel che riguarda la legge elettorale.

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